Samuelson? Meglio dimenticarlo | Gianluca Salvatori su VITA

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Quando Paul Samuelson, il primo americano a ricevere nel 1970 il premio Nobel per l’economia, scrisse “Non mi interessa chi scrive le leggi di una nazione, se posso scrivere i suoi manuali di economia” aveva chiaro quel che a noi esseri comuni sarebbe diventato evidente solo molto più tardi.
La politica stava cedendo all’economia lo scettro del potere.

Gianluca Salvatori su Vita Magazine

La subordinazione della politica al pensiero economico non è stata il risultato di un processo improvviso. Si è formata in decenni di cultura economica dominata da regole considerate inoppugnabili come formule matematiche. La teoria economica mainstream – quella appunto che Samuelson ha contribuito a codificare con il suo celebre manuale Economia. Analisi introduttiva, che per mezzo secolo è stato il testo più diffuso nelle facoltà di economia di tutto il mondo – ha davvero plasmato un’epoca. Perché ha rovesciato la prospettiva che metteva nelle mani della politica lo scettro del potere, rivelando invece che le istituzioni politiche erano state detronizzate dalle forze dell’economia. La traduzione pratica di questa visione si è venuta gradualmente traducendo, ben oltre le intenzioni di Samuelson, nell’idea che il mercato andasse sempre assecondato riducendo al minimo le briglie poste dallo Stato e dalle sue istituzioni. Questa è la strada che abbiamo percorso nell’ultimo quarto del secolo scorso.

 

Una strada che ci ha portato dove i teorici del primato dell’economia non avevano previsto. Dopo aver monopolizzato la cultura economica delle società liberali, la stagione del capitalismo finanziario – che è stata la forma estrema assunta dal dominio quasi incontrastato del mercato – ha conosciuto infatti una violenta rottura con la crisi del 2008. È grazie all’intervento pubblico che banche e organizzazioni finanziarie sono state salvate. Senza l’azione dei governi la crisi avrebbe provocato danni ancora più grandi. Ed è a partire da allora che l’economia reale ha preso ad uscire dalle retrovie, la responsabilità sociale ha cominciato a diventare argomento di strategia delle imprese e non solo di comunicazione a fini di marketing, e si è cominciato a mettere in discussione il modo di misurare il successo economico e, soprattutto, la pretesa di governare società complesse come le nostre con le formule dei manuali di economia. Con la pandemia, poi, gli argini si sono rotti definitivamente ed il ruolo attivo della politica è stato sollecitato anche da chi in passato lo aveva esorcizzato. E se la risposta alla crisi tredici anni fa era ancora condizionata dal timore per l’indebitamento pubblico, virando verso politiche di austerità, con l’arrivo del Covid la scena è stata occupata interamente da un’invocazione di tutela pubblica a prescindere dal costo per i bilanci pubblici. Con un vero e proprio rovesciamento di paradigma.

 

È in questo scenario che l’economia sociale ha cominciato a prendere forza. Le sue ragioni d’essere oggi non sono più considerate, con malcelata sufficienza, un rimedio cui ricorrere solo in caso di fallimenti dello Stato e del mercato. Si fa largo la percezione che questo approccio è necessario per tracciare nuove prospettive dopo che le vecchie certezze si sono dimostrate inadeguate. Perché esprime un’idea di economia in sintonia con i bisogni delle persone, provate dalla crisi, e con le sfide del nostro tempo, alla ricerca di un modo per affrontare seriamente i temi della sostenibilità ambientale e sociale. Quindi, è una visione dell’azione economica particolarmente adatta a questo tempo di transizione verso un nuovo paradigma.

 

Agli attori dell’economia sociale spetta il compito di dimostrarsi all’altezza di queste aspettative. Un compito tutt’altro che facile, considerato che da troppo tempo le organizzazioni che pongono il profitto al servizio delle persone si sono abituate ad un ruolo marginale. E di conseguenza non hanno saputo reagire allo svuotamento della politica da parte del capitalismo finanziario, perché altrettanto persuase che non fosse il terreno su cui spendere le proprie energie. Le conseguenze di questo ritirarsi nel fare, nel risolvere problemi locali, nel prendersi in carico i bisogni più immediati e concreti, è stato al tempo stesso elemento di forza e di debolezza dell’economia sociale. La frammentazione prodotta ha impedito lo sviluppo di capacità in grado di misurarsi con la dimensione sistemica dei problemi. Proprio mentre diventa sempre più forte l’esigenza di rimettere in equilibrio il rapporto tra potere economico e potere politico. La rigenerazione di istituzioni comunitarie svigorite non è più un impegno rimandabile, e lo sviluppo di percorsi di consapevolezza civica e educazione alla democrazia non è un compito al quale le organizzazioni dell’economia sociale possano sottrarsi. Perché per affrontare i tempi nuovi non basta solo riscrivere i manuali di economia.

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