Il Terzo Settore non fa supplenza

Le organizzazioni non profit non vivono di supplenza. Anche se in molti, troppi, pensano che il Terzo settore sia la stampella del welfare pubblico, i dati parlano chiaro: in meno di venti anni il settore ha raddoppiato le sue dimensioni.

La riflessione di Vincenzo Manes, presidente di Fondazione Italia Sociale


Liberiamo il campo da un pregiudizio. Le organizzazioni non profit non vivono di supplenza. Anche se in molti, troppi, pensano che il terzo settore sia la stampella del welfare pubblico, pronta ad intervenire dinanzi ai fallimenti di Stato e mercato, la realtà non si lascia ridurre così semplicisticamente. L’ambito di azione del non profit ha oltrepassato da tempo il perimetro del disagio sociale e della marginalità per divenire una leva di sviluppo economico e sociale a tutto tondo.

Lo dicono i numeri, in costante crescita per addetti, fatturato e utenti. Dati alla mano (quelli dei censimenti Istat) in meno di venti anni il settore ha raddoppiato le sue dimensioni. Più di quanto abbia fatto la maggior parte delle imprese italiane. Specchio di un paese in cui è venuta crescendo un’ampia area di bisogni che non sono soddisfatti dall’offerta pubblica o di mercato.

Di fronte a nuove e vecchie fragilità sociali il non profit ha affiancato alle tradizionali attività di assistenza e cura, rivolte alle persone bisognose, una varietà di nuovi compiti in ambiti sempre più diversi. Dalla cultura all’educazione, dalla gestione ambientale all’agricoltura sociale, dalla riqualificazione urbana all’accoglienza di migranti, dall’housing all’inserimento lavorativo di persone svantaggiate. Prendendo atto di una metamorfosi della domanda, che non si limita più soltanto alle fasce sociali marginali ma è in costante ampliamento fino a comprendere nuove porzioni di popolazione, spinte nell’area dell’insicurezza sociale da forme sempre più estreme di disuguaglianza.

Mentre i bisogni crescevano – e le risposte tradizionali mostravano tutte le proprie carenze – il terzo settore non ha mai smesso di trasformarsi per andare incontro alle nuove domande. Spesso, attivando processi che hanno innestato sulla visione solidaristica una cultura imprenditoriale assai meglio attrezzata rispetto al passato. Oggi sono sempre più numerose le organizzazioni non profit che gestiscono servizi, attività commerciali, raccolte fondi, progetti a bando nazionali e internazionali, con livelli di complessità del tutto analoghi a quelli di un’azienda. Anzi in qualche caso persino superiori, in quanto oltre al lavoro retribuito va gestita anche la partecipazione di volontari, oppure in quanto le attività sono finanziate con una combinazione eclettica di risorse provenienti da mercato, sostegni pubblici, apporti donativi e autofinanziamento. Ad un buon amministratore di enti non profit sono richieste le stesse competenze di un amministratore di imprese di analoghe dimensioni, con in più dell’altro. Perciò sono figure che non hanno nulla da invidiare ad un manager d’azienda (salvo forse la retribuzione).

A fronte di queste crescenti capacità imprenditoriali e organizzative, il terzo settore svolge un ruolo essenziale anche nel mercato del lavoro. In Italia negli ultimi quindici anni la percentuale degli addetti del Terzo settore e delle organizzazioni non profit è passata dal 5,8 per cento all’8,0 per cento del totale delle unità attive nei settori industria e servizi e dal 4,8 per cento al 7,0 per cento del totale dei relativi lavoratori dipendenti. Le analisi degli effetti sull’occupazione della crisi del 2008 hanno mostrato un fenomeno di cui si è parlato poco o nulla. Mentre le imprese tradizionali cancellavano posti di lavoro, con una riduzione del 6,3 per cento nel periodo tra il 2007 e il 2015, le organizzazioni dell’economia sociale mantenevano o aumentavano i livelli occupazionali. In quello stesso periodo di tempo, per citare un dato eclatante, l’occupazione dipendente nelle imprese cooperative è cresciuta del 17,7 per cento. E i dati mostrano che non si tratta affatto di posti di lavoro prevalentemente precari e malpagati.

Ci troviamo dinanzi ad una tendenza strutturale che dipende da metamorfosi profonde del mondo del lavoro. L’automazione fa sparire mestieri ritenuti fino a ieri insostituibili ma al tempo stesso si rendono necessarie una serie di nuove funzioni che valorizzano la competenza relazionale e la dimensione umana. Come indicano molti studi – a partire da quello precursore di Osborne e Frey – in cima alla lista delle professioni al riparo dagli effetti della digitalizzazione ci sono i mestieri collegati alla cura e allo sviluppo della persona. Ambiti in cui, il più delle volte, operano organizzazioni dell’economia sociale e del Terzo settore.

In prospettiva è questo il settore a maggior sviluppo occupazionale. Perché è radicato in comunità locali e quindi meno propenso a delocalizzare per risparmiare sul costo del lavoro; è più efficiente nell’identificare i bisogni emergenti grazie alla presenza di utenti e volontari; si presta ad adottare forme organizzative più flessibili e decentralizzate per intercettare meglio le nuove domande sociali; e riesce a svilupparsi anche in settori con basso margine di profitto perché è guidato dalla priorità dell’interesse sociale e non della remunerazione del capitale.

Ora, l’emergenza occupazionale sarà certamente la crisi più grave che dovremo affrontare quando Covid-19 sarà finalmente sotto controllo. Malgrado le misure messe in atto dal Governo, nei primi sei mesi del 2020 abbiamo perso più di 500.000 posti di lavoro. E non è difficile prevedere che la situazione peggiorerà quando saranno esauriti gli effetti della cassa integrazione e del divieto di licenziamento. A fronte di un tasso di occupazione già basso prima della crisi – ora sceso sotto il 58 per cento – e contraddistinto da una concentrazione della fragilità occupazionale nella fascia tra i 25 e i 34 anni, da cui dipende in buona parte il nostro futuro, è del tutto evidente che la crisi del lavoro è la priorità numero uno per la ripresa del Paese. E se, come si è detto, per affrontare questa crisi il Terzo settore può svolgere un ruolo importante, il problema è come sostenerne la crescita e accompagnarne il consolidamento. Anche tenuto conto che la creazione di posti di lavoro è solo uno degli aspetti al quale il non profit può contribuire. Altrettanto fondamentale è l’apporto in termini di coesione sociale e l’impegno per generare una visione di bene comune, sempre meno scontati nel clima in cui viviamo.

Qui entra in gioco la responsabilità di individui e imprese. Nel senso che se si è d’accordo nel riconoscere al non profit una funzione essenziale per la ripresa e lo sviluppo dell’Italia, allora serve mobilitare risorse per rafforzarne la presenza e le competenze. Queste possono e debbono venire sia dai singoli cittadini sia dal mondo imprenditoriale. Da un lato, infatti, occorre orientare una parte della ricchezza privata verso questo scopo, diffondendo un nuovo approccio alla filantropia. Ad esempio – come da tempo stiamo proponendo come Fondazione Italia Sociale – con un intervento sulle imposte di successione, sempre meno difendibili nell’attuale configurazione. D’altro lato, è necessario che anche le aziende dedichino energie e favoriscano sinergie per superare logiche ottocentesche di beneficienza. Bisogna sviluppare un pensiero che integri le funzioni e le capacità del Terzo settore con le strategie di sviluppo delle imprese. Trovando punti di convergenza, aree di collaborazione. Studiando forme di cooperazione strutturata e continuativa. Per un mutuo beneficio, in cui ciascuno dei due mondi possa apprendere e farsi ispirare dall’altro.

È un tema cruciale. Un’idea di responsabilità sociale delle imprese limitata a qualche progetto simbolico e alla redazione di un bilancio di sostenibilità non basta più. Le imprese hanno una funzione sociale molto più seria, che non riguarda soltanto il modo in cui concepiscono e svolgono il proprio business specifico ma, con uguale valore, il ruolo che giocano nella comunità alla quale appartengono. E al cui sviluppo possono contribuire in molti modi.

Non sono concetti nuovi. Ne parlava già Adriano Olivetti più di sessant’anni fa. Non in conferenze o brochure aziendali, ma nella conduzione pratica di una delle aziende più innovative dell’epoca. Sperimentando soluzioni d’avanguardia non solo sul versante dello sviluppo tecnologico dei prodotti ma anche nelle condizioni di lavoro dei dipendenti e delle loro famiglie, nella ideazione di servizi di welfare aperti alla popolazione, nell’investimento in cultura, nella realizzazione di una visione in cui venivano integrati armoniosamente gli obiettivi di crescita aziendale con quelli di sviluppo personale dei lavoratori. Grazie ad un’insistenza idealista sulla assoluta necessità di combinare tre elementi ugualmente fondamentali per il successo dell’impresa: lavoro, territorio, e forze scientifico-culturali. E fino al punto di ipotizzare la trasformazione della proprietà della Olivetti in una impresa di comunità, mediante una fondazione.

La lezione di Olivetti, purtroppo, non è sopravvissuta alla stagione della sua leadership visionaria. E il lungo periodo che è seguito ha visto trionfare – certo, non solo in Italia – una concezione molto più angusta della funzione sociale dell’impresa. Ora siamo entrati però in una nuova fase. La teoria secondo cui l’unico scopo delle aziende è massimizzare il profitto ad esclusivo vantaggio degli azionisti sta perdendo adepti. È di nuovo il tempo di una visione ampia della responsabilità sociale delle aziende, emancipata dalle strategie del marketing. Il tema sociale è tornato nelle stanze dei board.

Con una sostanziale differenza rispetto ai tempi di Adriano Olivetti. Per realizzare la propria missione sociale le imprese non devono più realizzare al proprio interno tutte le soluzioni di welfare di cui hanno bisogno ma possono, invece, lavorare insieme ad una folta rete di organizzazioni di Terzo settore nate per soddisfare esigenze sempre più complesse. Organizzazioni con cui possono condividere valori e finalità, in nome di un comune interesse per lo sviluppo della comunità di cui entrambi – mondo dell’impresa e mondo del non profit – sono parte integrante. Per questo motivo è importante che al Terzo settore venga riconosciuto il ruolo che si è guadagnato, al di là della supplenza.

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