Il momentum dell’economia sociale e solidale | Gianluca Salvatori su VITA

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Il momentum positivo che l’economia sociale sta vivendo non è un fenomeno soltanto europeo. Un buon osservatorio è quello delle Nazioni Unite. Nonostante i ripetuti vaticini sulla sua situazione moribonda, giudicata sempre meno adeguata a garantirne la funzione originaria di mantenimento della pace e della sicurezza mondiale, l’ONU da qualche tempo sta riconquistando autorevolezza nel campo delle strategie per lo sviluppo sostenibile. Agenda 2030 e relativi Sustainable Development Goals sono l’esempio più noto.

Ma c’è anche un altro fronte di attivismo delle agenzie delle Nazioni unite ed è appunto il terreno dell’economia sociale, su cui si distingue il lavoro dell’International Labour Organisation (ILO). Caso raro in ambito internazionale, l’ILO ha una gestione tripartita in cui sono rappresentati con pari poteri governi nazionali, organizzazioni dei datori di lavoro e organizzazioni sindacali. Questa configurazione le conferisce una particolare vocazione alle tematiche sociali. E se fino al recente passato il modo di affrontare la questione sociale era ancora fortemente condizionato da una visione novecentesca, focalizzata su imprese di capitale e lavoro salariato, di recente si sono moltiplicate le aperture nei confronti di altre forme organizzative e altri modelli di pensiero economico. Ne è prova il fatto che la 110 conferenza internazionale ILO (giugno 2022) è stata dedicata per la prima volta, con una decisione storica, al tema “Decent Work and the Social and Solidarity Economy (SSE)”.

Ampliando lo sguardo al di fuori dell’Unione europea è frequente che l’economia sociale acquisti un ulteriore aggettivo, divenendo economia sociale e solidale. Questa è appunto la dizione che compare nei documenti dell’ILO e alla quale fanno più spesso riferimento le organizzazioni internazionali. Non è una sfumatura lessicale minore. Tra le due forme corre una differenza – a tratti enfatizzata, altre volte appena accennata – che riguarda l’orientamento ad un approccio trasformativo. La questione si può interpretare in questi termini: in contesti in cui l’economia sociale è più “istituzionalizzata”, avendo alle spalle una storia di radicamento ormai consolidato, la componente solidale, che evoca un programma di giustizia sociale, tende a sfumare a favore di una visione meno antagonista rispetto alla realtà politico-istituzionale. Le organizzazioni dell’economia sociale agiscono come attori di un sistema in cui la loro presenza, seppure minoritaria, non è in discussione e il cui il peso economico riduce progressivamente l’aspirazione politica al cambiamento.

Per contro, nei paesi in cui è ancora forte la tensione verso la democratizzazione dell’economia e l’affermazione di modelli alternativi di sviluppo economico, l’economia sociale mantiene una forte caratterizzazione “solidale”, nel senso che incorpora una dimensione politica che è strettamente collegata all’azione economica. In questa seconda accezione, prevale una visione che si collega alle dinamiche dei movimenti sociali impegnati in azioni per il cambiamento del sistema politico-economico. Qui l’ambizione a porsi come alternativa rispetto ai modelli dominanti è più marcata e si coniuga con una propensione “movimentista” che unisce il piano dell’agire economico a quello dell’agire politico. Il tema della solidarietà è concepito come principio di democratizzazione della società risultante da azioni collettive, in forma di attivazione dei cittadini stessi sulla base di un principio di superamento delle disuguaglianze. L’accento qui è posto sulla creazione di uno spazio pubblico di azione collettiva dove elaborare nuove risposte ai bisogni sociali e dove lavorare sul rafforzamento dei legami sociali.

È interessante osservare come nella prospettiva internazionale questi due filoni si intreccino. L’ILO utilizza l’espressione “economia sociale e solidale” non soltanto perché adotta una prospettiva mondiale che deve tenere conto delle varie esperienze locali, in cui appunto si incontrano sia sistemi “integrati” sia sistemi “antagonisti”, ma anche perché in tal modo riesce a mettere in luce come oggi il compito di ripensare i modelli economici, dinanzi alla crisi che scuote l’approccio classico, impone all’economia sociale di recuperare la sua origine solidale.

Non è una posizione isolata. Un altro segnale è la recente costituzione (settembre 2021) della International Coalition of the Social and Solidarity Economy (ICSSE), che riunisce alcune organizzazioni che fino a poco tempo fa erano assai più inclini a presidiare gelosamente il proprio territorio, facendosi schermo dietro alla specifica forma giuridica delle entità che rappresentano. Ne fanno parte, infatti, il Global Social Economy Forum (GSEF), il SEE International Forum, la International Cooperative and Mutual Insurance Federation (ICMIF), la International Association of Mutual Benefit Societies (AIM), e l’organizzazione di rappresentanza globale delle cooperative, l’International Cooperative Alliance (ICA). Rappresentanze vecchie e nuove che in precedenza si sarebbero divise lungo l’asse che divide economia sociale ed economia solidale. Mentre oggi sono invece unite dall’intento comune di proporsi come modello di azione economica che può sfidare gli attori tradizionali di mercato e le teorie economiche che assegnano il primato alle imprese di capitali. Insomma, in giro per il mondo si registrano movimenti convergenti che riportano la dimensione politica all’interno dell’economia sociale. È una tendenza su cui riflettere.

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