Economia sociale: quale futuro ci attende?

Conferenza ILO
Gianluca Salvatori, segretario generale di Fondazione Italia Sociale, racconta gli importanti risultati raggiunti dall'Organizzazione Internazionale del Lavoro sul tema dell'economia sociale e solidale.

Un passaggio storico: la prima definizione concordata di economia sociale e solidale

“L’economia sociale e solidale comprende imprese, organizzazioni e altri enti impegnati in attività economiche, sociali e ambientali al servizio dell’interesse collettivo e/o generale, basati su principi di cooperazione volontaria e mutualità, di governance democratica e/o partecipativa, di autonomia e indipendenza, e sul primato delle persone e dello scopo sociale sul capitale nella distribuzione e nell’utilizzo di eccedenze e/o profitti e del patrimonio. Gli enti dell’economia sociale e solidale hanno per obiettivo la redditività e la sostenibilità a lungo termine e la transizione dall’economia informale all’economia formale, ed operano in tutti i settori dell’economia. Essi mettono in pratica un insieme di valori intrinseci al loro funzionamento e coerenti con la cura delle persone e del pianeta: eguaglianza e equità, interdipendenza, autogoverno, trasparenza e responsabilità, e il conseguimento di un lavoro e di mezzi di sussistenza dignitosi. A seconda delle circostanze nazionali, l’economia sociale e solidale comprende cooperative, associazioni, mutue, fondazioni, imprese sociali, gruppi di auto-aiuto e altri enti che operano in conformità con i valori e i principi dell’economia sociale e solidale”.

Questa che precede è in assoluto la prima definizione di economia sociale e solidale ad entrare nel linguaggio ufficiale delle Nazioni Unite. Potrebbe sembrare scontata ma in realtà è il risultato del lavoro lungo e per nulla banale della discussione tra le tre componenti dell’Organizzazione internazionale del lavoro (ILO): rappresentanti dei governi nazionali, rappresentanti dei lavoratori e rappresentanti dei datori di lavoro. Prima tra le agenzie ONU, l’ILO lo scorso giugno ha affrontato l’argomento nella sua conferenza annuale con l’obiettivo di proporre un testo che valga come riferimento condiviso su cui ancorare successive risoluzioni e attività. Producendo prevedibilmente un impatto anche al di fuori del suo perimetro, come rivela la larga eco subito prodotta tra le organizzazioni internazionali e gli studiosi che si occupano di economia sociale.

È così importante che nelle Nazioni Unite si parli di economia sociale?

In fondo non si tratta di un’istituzione vetusta e poco incisiva, che tanto fatica a adempiere al ruolo di pacificazione e stabilizzazione per cui è nata? La risposta è nettamente affermativa. L’ONU avrà perso autorevolezza ed efficacia quando si tratta di conflitti ma nel definire strategie di sviluppo a lungo termine svolge ancora una funzione essenziale. Basti pensare al lavoro svolto con gli SDG e l’Agenda 2030, che ha fissato quegli obiettivi oggi riferimento imprescindibile per ogni politica pubblica e per ogni impresa che voglia misurarsi con il tema della sostenibilità. O, ancora, alle posizioni dell’IPCC, il forum di scienziati ed esperti che con i suoi rapporti ha aperto negli anni la strada ad una consapevolezza sempre più acuta sui temi del cambiamento climatico.

L’economia sociale nell’Agenda delle Nazioni Unite

Se l’economia sociale entra nell’agenda delle Nazioni Unite – per ora con questa risoluzione ILO e presto, auspicabilmente, con una risoluzione ancora più impegnativa dell’Assemblea generale – è segno che non si tratta più di un tema di nicchia. Nello sguardo verso il futuro, alle trasformazioni strutturali che attendono la nostra società, l’economia sociale ha un ruolo per niente trascurabile. Le crisi da cui questi ultimi anni sono stati martoriati hanno incrinato il pensiero unico e ampliato lo spazio per un’azione economica riconciliata con gli obiettivi di sviluppo sociale. Conta molto quindi la posizione presa dall’ILO, perché si aggiunge alla scelta della Commissione europea di dotarsi di un Piano di azione per l’economia sociale e alla decisione dell’OCSE di elaborare una sua raccomandazione sull’economia sociale. In meno di sei mesi, è eccezionale la convergenza internazionale che si è realizzata. A testimoniare l’urgenza di nuove logiche e nuove strategie per uscire dallo stato di sbandamento in cui ci ha lasciati il tramonto dell’ideologia “market first”.

La 110ª conferenza ILO: una svolta radicale rispetto al passato

Ma, ancora più di quella europea e dell’OCSE, la posizione ILO è importante perché poggia sul dialogo tra governi e parti sociali. Le rispettive posizioni infatti si sono modificate fino a convergere, realizzando una sintesi non scontata tra soggetti tradizionalmente non allineati, e in alcuni casi decisamente refrattari, rispetto al riconoscimento del ruolo dell’economia sociale. Così come importante è stato il ruolo svolto dalla delegazione europea, forte dell’esperienza sul tema di alcuni suoi paesi membri, tra cui l’Italia, che hanno contribuito sostanzialmente alla discussione e alle dinamiche che hanno portato al consenso finale.

Nel documento ILO non c’è solo una definizione condivisa. Sono esposte anche le criticità e le opportunità che l’economia sociale implica per il futuro del lavoro, nonché una serie di principi e obiettivi affidati all’adozione da parte di governi e parti sociali. Ciascuna delle quali merita un approfondimento a livello nazionale, per le implicazioni sul piano delle politiche di sostegno, dei rapporti con la pubblica amministrazione, delle azioni di capacity building, delle politiche del lavoro, della visibilità nei sistemi di rilevazione statistica. È ai governi nazionali quindi che la palla passa ora.

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